I velluti di Zoagli


I velluti di ZoagliFino al 1500 Genova è la capitale della tessitura, in particolare del velluto, ma poi la peste del 1580 decima la popolazione, specialmente quella della val Polcevera, dove si trovano le migliori tessitrici; la tessitura della seta e del velluto passa ad essere monopolio francese ad opera di due mercanti che hanno imparato l’arte proprio a Zoagli da Giovanni e Lanfranco Vicini. Genova perde il suo primato ma se ne appropria la Riviera di Levante e in particolare Zoagli, dove ogni casa ha almeno un telaio e dove le case sono costruite “a misura di telaio”, in quanto una finestra, quella che dà luce alla stanza da lavoro, ha dimensioni molto più grandi delle altre oppure si apre una finestrina in più per sfruttare anche la luce radente del tramonto. Ai primi del 900 Giuseppe Gaggioli, Cesira Solari, Eugenio Fulle, Domenico Cordani e Giovanni Manzoni di Milano, si consorziano nella “Società Anonima Velluti di Zoagli” che ha sede nella Palazzina dei Velluti lungo la Via Aurelia. L’impresa va a gonfie vele, utilizzando la mano d’opera solita: i telai sparpagliati sulle colline. Ma presto gli affari entrano in una fase critica a causa di certe sbagliate speculazioni in borsa del Manzoni e quando le cose si mettono veramente male Gio Batta Cordani, figlio di Domenico si stacca dalla Società e ne fonda una in proprio, tuttora attiva, e così fa Vittorio Manzoni, figlio di Giovanni, con Edilio Solari, particolarmente abile a fabbricare gli strumenti per la tessitura. La Società rimanente passa tutta a Gaggioli, cui si unisce Lertora. Il figlio di Gio Batta Cordani, Domenico come il nonno, gestisce prima e dopo la seconda guerra mondiale la ditta “Fratelli Cordani” Il bombardamento del 27 dicembre 1943 distrugge la Palazzina dei Velluti e Gaggioli porta i telai nella sua casa, dove continua l’attività aiutato dal figlio Sergio e dalle nuore. I telai, all’epoca circa 25, che si trovano nelle abitazioni delle tessitrici sono salvi, ma per essere operativi hanno bisogno ovviamente dei filati e le macchine preparatorie non ci sono più. Giuseppe Giaggioli non si perde d’animo e, sulla base di due volumi di fine ottocento che ha nella sua biblioteca, potendo contare sulla bravura del falegname Silvio Domenighini di Zoagli, ricostruisce le macchine con ossatura in legno, utilizzando anche molte parti di ingranaggi recuperati dalle macerie della Palazzina dei Velluti e da pezzi di ricambio custoditi in un magazzino a 100 metri dalla fabbrica rimasto integro. Gaggioli e Domenighini rifanno nuovi di zecca l’incannatoio (per avvolgere le matasse di seta grezza), il piegaggio e una matassatrice; trovano anche a S. Andrea di Rovereto un orditoio verticale e lo rimettono a nuovo. A questo punto sono pronti, nella casa che ancora oggi è il quartier generale dei Gaggioli, a riprendere la produzione, prima di tele di seta, crêpe de chine, velluto di Genova per tappezzeria e per modisteria e astucci da gioielliere, per i quali inventa un metodo di colorazione del velluto che battezza “polverizzazione” per ottenere anche dieci diverse gradazioni di colore. Qualche anno dopo apporta modifiche strutturali alla sua casa per poter montare un telaio da velluto soprarizzo e uno da damasco utilizzando le macchine Jaquard che aveva nel magazzino, risparmiato dal bombardamento. Lo stesso Sergio Gaggioli, il figlio, che all’epoca ha 14 anni, contribuisce al montaggio dei macchinari, facendo 1.600 pesini tutti uguali, 3.200 arcate e altri accessori e a questa stessa età comincia a tessere il suo primo grosso ordine per la Curia di Ivrea. Poi montano un telaio da ormesino per accontentare un cliente che lo vuole alto più del normale e rinunciano a tessere il broccatello, perché lo spazio è limitato e il telaio non ci sta. Dalle macerie della Palazzina dei velluti di Zoagli si sono dunque salvati, oltre ad attrezzi per la ricostruzione di nuove macchine, anche l’amore per questa arte antica che ha reso celebre Zoagli nel mondo fin dal Medioevo e la caparbietà di un uomo che non si è arreso alla fatalità di un bombardamento.

Mirna Brignole, I Rapallin