Michelin u nesciou


Michelin u nesciouMacchiette che scompaiono, Michelin u nesciou

Deve essere ancor vivo, ma è da un bel pezzo scomparso dalla circolazione cittadina. Prima si vedeva sulla porta della Canonica, fermo e sorridente con un sorriso da ebete, oppure intento a ricucirsi, di seduto, i suoi stracci. Infagottato com’era di luridume, fosse d’inverno o di d’estate, con un berretto a brandelli e unto di sporcizia, la barba irta e La “canapia” rossa e rugosa, umida sempre come una spugna, pareva il rappresentante di una tribù di zingari sporci e vagabondi.

Era invece l‘aiuto campanaro, il mezzo sacrista e l’accompagnatore dei morti. O meglio si potrebbe dire che egli fosse il alfiere degli accompagnatori funebri. Invece della bandiera, egli portava la Croce, che, per la campagna, era piccola, di un metro, nera, di ferro, per la città più alta, coll’asta di legno.

Michelin indossava un vestone nero e lungo, sgualcito, da cui appena uscivano i lembi strappati dei pantaloni e le scarpe logore e slabbrate. Marciava avanti al prete a passi lenti e lunghi, diguazzando nel fango o sollevando nuvoli di polvere.

Quando suonavano le campane per il funerale, Michelin era già pronto, fuori dalla sacrestia. Poi egli si avviava sicuro verso la casa del morto, che già conosceva, perché appena suonato la agonia egli sapeva chi era il deceduto e portava alla casa i candelieri e le candele. Si gli davano la mancia soltanto non era soddisfatto: egli voleva da mangiare.

Quella di mangiare a “quattro ganascie”, ingolfano tutto per la gota nel fondo abisso del suo stomaco, era una sua specialità. Ben lo sapeva il fu Car. Massone, ex sindaco della città, che pagava a Michelin, dal Campidoglio, ogni anno il pranzo per il giorno del suo Santo.

Michelin si preparava per quel pranzo con un digiuno di quatto giorni. Se gli si offriva in anticipo qualcosa, egli diceva:

– No, mangio per San Michele.

E per San Michele mangiava per davvero. Di pastasciutta gliene servivano una “fiammanghilla” con tanto di colmo, che sarebbe bastata per dodici persone. E poi un monte di costolette, e poi pesce, e poi frutta…

Michelin buttava giù tutto senza masticare, convinto forse di poter poi in seguito ruminare per una settimana.

A proposito di frutta Michelin fece un giorno una scommessa, là, dalla fruttivendola che aveva bottega sull’angolo della Piazza, in via Venezia.

C’erano i fichi in mostra “nelle panee”.

Michelin li guardava…

– Come son buoni, ne vuoi? chiese qualcuno.

– Si – rispose Michelin.

–  Se li mangi tutti te li pago – disse qualcheduno. E mostrò una “panea” ricolma.

Michelin accettò e vinse. Ne mangiò trentasei dozzine senza buttar via neppure il “peigullo”.

Altro suo record è stato quello del caffè e latte. Ne bevve a Montallegro, il giorno della Comunità, sette “coppette”, di oltre mezzo litro l’una. E in tutte vi intinse pane e biscotti, facendone scomparire dalla tavola una diecina di cabarè. E non era più giovine e nemmeno era un robustone.

Ma sì, il mangiare grosso e tanto era per lui una tentazione irresistibile. E mangiava a crepapancia, poi ritornava al suo posto sulla soglia della sacrestia, e stava lì, soddisfatto e cencioso, a dormicchiare come un ghiro.

Se lo cacciavano di lì i monelli o i seghetti, egli si nascondeva nel campanile, o saliva sulla scala della Canonica per entrare nell’appartamento del “cego“  dove egli aveva il suo cuccio.

Ma dopo lo fecero sloggiare.

Dapprima fu mandato all’ospedale per qualche giorno, perché facesse un po’ di pulizia e si lavasse un po’ la faccia, dopo tanti anni e poi, in seguito, fu rimandato all’ospedale come inquilino fisso.

Ed ora vi deve essere ancora, non più sporco, non più logoro, ma sempre affamato alla sua maniera, cioè ancora pronto, povero Michelin, a mangiare trentasei dozzine di “binette” e buttar giù “sette coppette” di caffè e latte.

Egli è scomparso improvvisamente e la nuova generazione che cresce non lo vedrà più uscire dalla sacrestia, col suo vestone nero, per andare a prendere i morti.

E quando egli morrà, povero vecchio, nessuno di noi se ne accorgerà neppure.

Oggi abbiamo voluto ricordare la sua figura che ormai e scomparsa, perché nelle memorie della nostra fanciullezza, troppo presto fuggita, occupa un posto nei ricordi anche egli, povero Michelin “u nesciou”.
Il Mare, Rapallo, 31/01/1925