La bella di Rapallo


La bella di RapalloL’attrattiva della bellezza non è in questa deliziosa Riviera la sola prerogativa del mare e del cielo, delle ridenti colline, ma vanta anche quella dell’avvenenza nei suoi abitanti. E pare che nei tempi in cui, essendo scarsi i mezzi di locomozione, avvenivano meno assai del presente, fusioni di popoli, Rapallo, S.Margherita e paesi limitrofi, godessero fama lusinghiera per la bellezza delle loro donne. Su queste sponde verdeggianti non fiorivano soltanto mimose e margherite, ma vi sbocciavano bellissime rose viventi, che delle vere rose avevano i colori e la superba bellezza.

D’uno di questi bei fiori viventi – una vecchietta di qui – mi racconta cose che a sua volta aveva saputo dalla nonna sua. Cose vecchie, come si vede, ma non per questo meno interessanti perché rivestite della poesia del passato.

La vecchietta mi narrò, dunque, d’una giovane popolana di Rapallo, che per la sua splendida avvenenza veniva chiamata la bella “Gionimi”. ” Gionimi “! Ecco un nome che promette poco, ma colei che lo portava pare che lo abbellisse colla sua persona. Figurarsi! Aveva due occhi neri e profondi come la notte, due labbra tumidette e porporine (senza soccorso di rossetto!) che si aprivano su una magnifica dentatura smagliante di bianchezza, una folta, ricciuta, lucente capigliatura d’un nero che sfumava in azzurro cupo, una bellissima carnagione quantunque leggermente abbronzata dall’aria marina e un corpo da dea.

La sua fama di bellezza era così diffusa che alla domenica i giovani di S. Margherita, di S. Lorenzo e di S. Maria del Campo venivano a frotte a Rapallo per vedere all’uscita di Chiesa la “Gionimin”, che, drappeggiata con una certa grazia villereccia nel suo mesero a grossi fiorami, era una gioia a vedersi.

E quanti vagheggini aveva d’attorno e quanti pretendenti! C’erano, fra questi giovani, chi aveva terre al sole, chi legni in mare, chi belle case nella strada più importante di Rapallo. Ma la “Gionimin”, figlia di pescatori, a tutti quei ricchi aspiranti aveva preferito un giovane pescatore che non aveva altra ricchezza che la sua barca e due buone braccia per lavorare. Bisogna aggiungere, però, che era un fior di galantuomo, che aveva una bella ed aitante persona e che voleva un gran bene alla Gionimin. E questa con quanto ardore lo ricambiava! Quante lagrime d’ansia angosciosa spargeva per amore del suo Baciccia, quando nelle notti tempestose lo sapeva in balia delle onde malfide!

Quante preghiere faceva per lui, e quanti voti alla Madonna di Montallegro! E come l’accoglieva festosa al suo ritorno e di quanti baci sonori lo ricompensava delle fatiche e dei pericolosi corsi!

Tuttavia, anche da maritata non le mancavano i vagheggini: ma la “Gionimin” li scoraggiava tutti con una bella risata canzonatoria, a cui soleva far seguire una frase che era venuta per lei una specie d’intercalare. ” Ho più caro il mio Baciccia che tutto l’oro del mondo!” E se qualcuno si fosse permesso di usare con lei modi intraprendenti, essa aveva in riserva certi schiaffi altrettanto sonori quanto i baci che prodigava a suo marito, e li dispensava generosamente. Cosi tutti si contentavano di mirarla senza osar altro.

Un giorno, con grande tintinnio di sonagliere, giunse, tirata da quattro cavalli, una di quelle diligenze che si vedono riprodotte nei vecchi giornali illustrati, e ne scese fra gli altri un giovane signore straniero. Era questi un ricco inglese, dilettante di pittura che era venuto a cercare ispirazione per i suoi quadri in questi siti che, benché allora molto rustici, pare non mancassero di tanta bellezza: anzi, al dire della vecchietta mia interlocutrice fossero ancor più pittoreschi del presente. Dopo qualche giorno del suo arrivo, il nostro inglese, gironzolando sulla spiaggia di Rapallo, fu colpito dalla fiorente bellezza della “Gionimin”, che, seduta nel greto stava acconciando le reti, e subito gli venne il desiderio di fissare sula tela quella stupenda creatura.

Siccome bene o male masticava un po’ d’italiano, manifestò il suo desiderio a la “Gionimin”, la quale dapprima rifiutò, ma poi avutone il permesso dal marito, accettò, tanto più che il pittore le prometteva di regalarle una copia del quadro. Per quanto seria e virtuosa, la “Gionimin”, era pur donna, e le sorrideva l’idea di veder ritratta la sua bellezza in un quadro che sarebbe stato un vanto per i suoi figliuoli da venire. E il pittore cominciò l’opera sua; ma ritraendo oggi, ritraendo domani quelle vaghe sembianze, egli finì per innamorarsi della modella che tranquilla e indifferente acconciava le reti o scalzettava.

È risaputo che gli inglesi sono per natura piuttosto flemmatici, ma questo, per eccezione, in contrasto al carattere della sua razza, prese la cosa sul serio, cioè si innamoro perdutamente come il

più ardente focoso italiano e come i vagheggini di Rapallo, cominciò a circuire la “Gionimin” di dichiarazioni di preghiere e di promesse. Ma con “Gionimin” non c’era niente da fare. E siccome, ciò che suol succedere spesso, la ripulsa della bella donna accresce sempre più i desideri del giovane inglese. Questi non cessava dalle sue suppliche, dalle sue appassionate rimostranze, tanto più che la bella di Rapallo, pur respingendolo, non osava, per allontanarlo, far uso dei mezzi eroici che usava coi corteggiatori della sua condizione. E una notte procellosa mentre infuriava il vento e il mare muggiva irosamente e sballottava la barca in cui s’era avventurato il marito della “Gionimin” l’innamorato inglese si recò alla casetta della donna dei suoi sospiri, mentre questa, in lagrime, supplicava la Vergine e tutti i santi del Paradiso per la salvezza del suo caro, e lì riprese le sue suppliche e i suoi lamenti amorosi. Ma la “Gionimin”, meno che mai disposta in quel momento ad accogliere quelle proteste, lo spinse bellamente fuori dell’uscio, dicendo: “Mi lasci in pace, ho più

caro il mio Baciccia che tutto l’oro del mondo! “. Che è, che non è? Il povero spasimante, esasperato

da quella frase, in un delirio di disperazione, corse al mare, si buttò nelle onde ruggenti ed annegò.

 

E quando la “Gionimin” raccontava quel fatto con le amiche che ne stupivano, diceva colle lagrime agli occhi. “Mi dispiace per quel poveretto, e tutti gli anni faccio dire una Messa per la sua pace eterna: ma che avevo da fare? Anzitutto mi preme l’anima mia e poi, – concludeva con una piccola variante, – ho più caro il mio Baciccia che tutti gli inglesi, i francesi, i tedeschi del mondo!”

-Tutte cosi – conchiude a sua volta la vecchietta che mi narrò il fatto – tutte cosi a Rapallo: belle e virtuose!

Fortunato paese!

Clary  Benoit, Il Mare, Rapallo, 05/03/1932