I nostri monti


I nostri montiI nostri monti

Da giorni va intorno per le nostre campagne e i nostri monti il perito governativo incaricato di classificare il nostro territorio. Egli parte dalla breve piana e per gli oliveti che poggiano allo schienale, raggiunge le cime brutte e ridotte ormai a macchie di sterpi e di rovi o a ripidi prati da fieno.

Sui nostri monti oramai manca un vero bosco alberato, bosco ad alto fusto o cedro, perché la coltura dell’albero è da anni abbandonata e anche il taglio non è più regolato da nessun criterio. Oramai taglia chi taglia, per far legna. C’è stata la guerra e in quel tempo se c’era ancora un po’ di boscaglia, sulle nostre alture è scomparsa sotto la scura scure maneggiata per lucro in modo disastroso.

Tanti anni fa non era, così. È ben vero che ogni anno i nostri vecchi dovevan provvedere alla Repubblica genovese cinquanta alberi d’alto fusto per le costruzioni di navi; ma se il taglio annuale di questi alberi danneggiava il bosco, altri alberi erano piantati e la coltura manteneva il bosco.

Ora invece di alberi chi ne pianta più? Nessuno. Oramai anche l’oliveto che dai nostri vecchi è stato spinto a forza di fasce piccole e strette fino sul monte, è destinato a scomparire, se si continua nella sistematica distruzione.

E’ vero che in passato non c’era l’industria dei forestieri con le conseguenti numerose costruzioni edilizie che portan lavoro e pane.

Allora il pane lo dava soltanto la terra da noi, e i nostri vecchi contadini, pietra su pietra, costruivan sui monti le piane, vi adunavan la terra, la lavoravano e anche sui monti seminavano il grano. Poi a posti migliori, verso il sole, domesticavano il bosco piantandolo ad olivi.

Ora nessuno o pochi piantano più olivi e tutti trascurano il bosco.

Eppure anche la vegetazione arborea è così necessaria. Anche dovrebbe essere curata per farcene una difesa contro l’acqua che scende ora più rovinosa dai monti, perché trova libera via e si fa travolgente sempre più.

Si dovrebbe pensare seriamente a ridonar la chioma ai nostri monti. In alto ora c’è la nudità. Como sarebbe più bello se la primavera, riportasse lassù ogni anno un gran sbocciar di gemme nei tronchi e un lussureggiar di fronde.

Si ricominci e si rinnovi la festa degli alberi.

Sarebbe una gioia tutta nuova e anche vivificante. Salire in tanti lassù, verso le cime chiare d’azzurro, in lieta comitiva in queste domeniche di Maggio e recar ciascuno il suo albero e piantarlo nella terra, smossa, e lasciarlo a vivere e a nutrirsi d’aria, di succhi e di sole, come sarebbe bello!

Ogni domenica si potrebbe cercare una nuova meta, in tanti, ed instaurare una festa di giovinezza arborea ed anche di vita salutare.

Perché non potrebbe farsene iniziatore il Municipio?

Gli uomini rapallesi dovrebbero, noi pensiamo, farsi gli entusiasti propagandisti di questa idea che, certo, non è nuova ma obliata.

Ne riguadagnerebbe anche la nostra salute e oltre a vedere ripopolati i monti sentiremmo anche noi stessi divenir più robusti.


Il Mare, Rapallo, 16/05/1925