Origine Monastero di Vallecristi


L’origine del Monastero di VallecristiReminiscenze patrie
L’origine del Monastero di Vallecristi
Torniamo sempre al passato con una certa intima esultanza.

Intorno ai vecchi ruderi del Monastero scendendo ancora i sogni, come ad un ideale convegno.

Sui rimasugli dei solidissimi archi, monchi e diruti nel triste silenzio dell’immane rovina, ma tante volte palpitanti sulle tavolozze dei pittori e pittrici, si è aggrovigliata con baldanza l’edera, amica a gli ermi; passeri e cingallegre vi cinguettano, ricamando l’idillio d’amore nella dolce stagione, e d’inverno, quando il vento ulula nelle forre vicine, vi maturano il letargo i pipistrelli dall’ala viscida e tetra.

Il pietrame caduto nel continuo e lento sfacelo del vetusto monumento, fu raccolto da coloni, che edificarono poco distante i foschi casolari.

Il campanile cuspidato, cogli archetti a sesto acuto, come ardita saetta si slancia tuttora plasticamente armonioso, e sembra che una campana abbia fremiti, ed i suoi squilli a guizzi ed a sbalzi si perdano ancora su per la gaia pendice di san Massimo.

Le colonnine delle finestre ogivali, e la pietra quadrata, lavorata da elegante scalpello, acquistarono quel tono simpatico e vellutato, che imprime la fascinante carezza ed il prolungato bacio del sole.

 

Colonnine, crocette, archi, guglia e pietre cantano ancora cosi:

 

“Il cielo era libero dalle nuvole e d’un ceruleo sì diafano, che la munifica fondatrice si aspettava di veder trasparire da lontano gli angeli biondi, aleggianti a schiere, ed a forza di aspirare la fresca voluttà dell’aria luminosa le pareva d’avere nel suo cuore sin allora esulcerato, ma ormai gonfio per la gioia, quel cielo colla sua immensità e con i suoi angeli”.

Ad Attilia Malfante avevano gli odi da parte nel 1187 barbaramente trucidato in Genova lo sposo diletto Angelerio De-Mari, console del genovese Comune.

La vedova avea pianto a lungo, ma ormai le sue lagrime erano dolci e benefiche stille di rugiada, perché tranquilla avea la coscienza, serena la mente e pienamente soddisfatto il cuore.

Madre infelice di quell’Ansaldo De-Mari, che diventò cieco strumento di Federico II, diede l’addio alle gioie fugaci della vita, e, deposte le gramaglie colla visione carezzevole di trasmutarle in bianche bende, fece solenne donazione insieme ad altra pia donna, per nome Tiba, forse della stessa famiglia De-Mari, d’un terreno, che possedevano in comune nella parrocchia di San Massimo, col fermo proposito che vi sorgesse un monastero di monache dell’ordine, detto cisterciense.

L’Arcivescovo di Genova Ottone Ghilini, di patria alessandrino, lodò l’intento delle due dame munifiche, e con atto del 29 aprile 1204, accettò solennemente la donazione. Stabiliva, accettandola, che non venissero per nulla usurpati i diritti della parrocchia di Rapallo né quelli delle altre chiese vicine, col canone annuo di quattro soldi solvibili all’Arcivescovo, quattro ai Canonici della Cattedrale di Genova, e quattro all’Arciprete di Rapallo. Il monastero veniva immediatamente esentato dalla giurisdizione arcivescovile, e assoggettato immediatamente alla Santa Sede, né dovea concorrere alle tasse e colette imposte dalla Curia genovese.

Siccome l’ordine cisterciense, che è una diramazione dell’ordine benedettino, scelse di preferenza le valli, dedicando quasi tutte le chiese a N. S. Assunta (abbiamo p. e. Chiaravalle, Vallechiara, Valleverde, Altavalle etc.) il nostro cenobio chiamossi Santa Maria Vallecristi, e levò tal grido di sé, che santa Francesca, nel 1212 vi mandò da Piacenza la nobile donzella Carenzia Visconti, parente del futuro pontefice Gregorio X, e vi dimorò due anni.

Il 5 luglio 1240 Gregorio da Romania, delegato del pontefice Gregorio IX, supplicava da Genova le suore di Vallecristi di accogliere nel bacio della pace una nuova consorella, e il 7 luglio la lettera di raccomandazione fu presentata alle tre suore Ermella, Giulia e Divizia, che vengono chiamate fondatrici. Ad esse forse dobbiamo la fondazione della chiesa, avvertendo che nel medioevo col nome di fondatore indicavasi pure un grande benefattore, od un restauratore di qualche sacro edificio.

L’atto integro e lunghissimo dell’erezione del monastero fu stampato alle p. 189-191 del Vol. XVIII degli Atti della Società Ligure di Storia Patria, e mercé di esso, che è un olezzo poetico per il frasario, che racchiude, il vecchio monumento assume giovanili parvenze, caldi atteggiamenti di vita, vissuta in qui tempi di fede e di ardore passionale, quando non sapevasi disgiungere la religione dalla patria né la chiesa dalla casa del Comune.
Arturo Ferretto, Il Mare, Rapallo, 15/05/1919